Si moltiplicano le iniziative dei ricercatori per individuare le malattie neurodegenerative utilizzando anche algoritmi predittivi sull’evoluzione dello stato di salute

Per le malattie neurodegenerative come le demenze e l’Alzheimer la ricerca sta compiendo in questi ultimi anni passi da gigante. Questo tipo di patologia, proprio per il miglioramento della qualità di vita globale e della longevità, risulta in costante e sensibile aumento. Al mondo si vive più a lungo, ma nell’ultima parte di esistenza cresce esponenzialmente il rischio di incorrere in questo tipo di malattie dovuto all’invecchiamento della materia grigia e alla progressiva perdita di funzionalità delle cellule cerebrali.

Si stima infatti che i circa cinquanta milioni di persone che soffrono nel mondo di una qualche forma di demenza entro il 2050 triplicheranno. E oggi non esiste una cura risolutiva ma solo una serie di terapie che cerca di limitare i danni al sistema cerebrale stabilizzando le sintomatologie.

Per questa ragione team di scienziati e ricercatori sparsi in varie parti del mondo sono impegnati a sviluppare progetti di ricerca con l’obiettivo di individuare non solo i principali fattori di rischio, ma anche tutti quei sintomi o segnali precoci della malattia che possono essersi manifestati molti anni prima dell’insorgenza conclamata. Infatti, una delle poche certezze sulla materia è che la formazione della proteina beta-amiloide, riconosciuta come uno dei principali responsabili della malattia, cominci quasi venti anni prima della comparsa dei sintomi.

E nonostante ancora non sia possibile individuare la demenza con tutto questo anticipo, molti filoni di studio si stanno indirizzando proprio verso la raccolta e analisi di dati.

Grande impulso a questo tipo di ricerca è stato fornito anche dalla Intelligenza Artificiale, che ha permesso di utilizzare algoritmi sempre più efficaci riuscendo ad analizzare e a rendere sistemici e funzionali in poco tempo grandi quantità di informazioni sulla vita e i comportamenti delle persone.

Ad esempio, sono state individuate alcune variabili della salute individuale come il sonno o la frequenza cardiaca che sono state messe in relazione con il rischio di sviluppare la demenza.

Nel Regno Unito è attivo da alcuni anni il Progetto EDoN (Early Detection of Neurodegenerative diseases) dell’Alzheimer Research Uk, la principale organizzazione no profit per la ricerca sulla demenza del Paese.

I ricercatori del Progetto stanno raccogliendo una grande quantità di informazioni sulla salute degli individui di vari paesi, facendo indossare loro semplici dispositivi come gli smartwatch per monitorare alcuni parametri giudicati potenzialmente significativi in relazione al calo cognitivo dovuto all’’insorgenza delle malattie neurodegenerative: le caratteristiche e la qualità del sonno, la frequenza cardiaca e la velocità della camminata. Tutti questi dati verranno poi messi in relazione, utilizzando algoritmi di intelligenza artificiale, con quelli della salute cerebrale ottenuti tramite immagini computerizzate del cervello e test cognitivi di un campione significativo di persone. In questo modo è possibile individuare per tempo fattori di rischio molti anni prima che possa manifestarsi una demenza.

“In Italia”, racconta a Repubblica.it Carlo Caltagirone, Direttore Scientifico della Fondazione Santa Lucia IRCCS, “ci sono numerosi progetti di ricerca che si occupano di individuare questi campanelli d’allarme”.

“Diversi studi su migliaia di persone hanno già individuato alcuni elementi associati ad un maggior rischio di una malattia neurodegenerativa”, sottolinea l’esperto, “fra cui, in particolare, la presenza di un evento cardiovascolare, come un ictus, che compromette la salute del cervello”.

Esistono poi stili di vita, come una dieta squilibrata, l’assenza di attività fisica, una vita affettiva limitata e anche un basso livello di istruzione, che influiscono sul rischio di demenza.

Un progetto della Fondazione Santa Lucia insieme al Consiglio Nazionale delle Ricerche (Cnr), chiamato MUSA (Multifactorial Intervention for Successful Aging)”, spiega il ricercatore, “studia in un campione di migliaia di persone intorno ai 50 anni di età, i disturbi soggettivi di memoria, ovvero i problemi riferiti dal paziente relativi alle proprie capacità di memoria, il tutto in assenza di deficit cognitivi accertati. Si tratta di un programma di screening che monitora la salute con test cognitivi, esami ematochimici, screening genetici, risonanza dell’encefalo ad alto campo (3 Tesla) in modo da scoprire per tempo quali sono i parametri collegati al declino cognitivo”.