Dalla ricerca genetica un contributo fondamentale per sconfiggere tumori del sangue che si consideravano inguaribili

C’è una terapia salvavita che in questi ultimi anni si è rivelata estremamente efficace per combattere i linfomi, cioè i tumori del sangue, più aggressivi, e che ha notevolmente migliorato la qualità della vita dei malati che vi sono stati sottoposti, sottraendoli ad invasivi protocolli terapeutici basati soltanto sulla chemioterapia.

Si tratta delle CAR-T (acronimo dall’inglese “Chimeric Antigen Receptor T cell therapies” ovvero “Terapie a base   di   cellule   T   esprimenti   un   Recettore Chimerico per   antigene”), nuovi trattamenti personalizzati che agiscono direttamente sul sistema immunitario del paziente per renderlo capace di riconoscere e distruggere le cellule tumorali.  Le CAR-T utilizzano specifiche cellule immunitarie (i linfociti  T),  che  vengono  estratte  da  un  campione   di   sangue,  modificate   geneticamente   e   coltivate   in   laboratorio  per  essere poi re-infuse nel  paziente  per  attivare  la  risposta  del  sistema  immunitario  contro  la  malattia.  Frutto delle più evolute ricerche nel campo della biotecnologia cellulare e molecolare sono state sperimentate in Europa a partire nel 2018 e costituiscono una concreta speranza per quei malati che non rispondono alle terapie convenzionali.

“La CAR-T – spiega Paolo Corradini, direttore della Divisione di Ematologia e Trapianto della Fondazione Irccs Istituto Nazionale dei Tumori di Milano e presidente della Società Italiana di Ematologia – consiste in un prelievo di linfociti T che vengono poi ingegnerizzati in laboratorio in modo che siano in grado di fare due cose: riconoscere in modo selettivo le cellule malate e trasmettere al linfocita il segnale di distruggerle. In pratica, tramite un virus non patogeno, viene introdotto nei linfociti T un gene che produce il recettore Car, in grado di riconoscere una proteina espressa sulla superficie delle cellule cancerose“. I linfociti, così rimaneggiati e potenziati, vengono reimmessi nel paziente e possono cominciare la loro missione: annientare il tumore.

I migliori risultati del CAR-T sono stati raggiunti in Italia per i pazienti affetti da leucemia linfoblastica acuta (il tumore più frequente in età pediatrica), il linfoma diffuso a grandi cellule B e il linfoma mantellare, mentre è ancora allo studio un suo utilizzo anche per la leucemia linfatica cronica e il mieloma multiplo.

“In risultati positivi ottenuti in Italia – ricorda Corradini – sono in linea con quelli di altri paesi europei, come Germania, Francia, UK e Spagna che hanno iniziato ad usare le CAR-T prima di noi ma è fondamentale in questa fase continuare a migliorare l’esperienza e la conoscenza in modo da poter individuare i pazienti che ne possono beneficiare al meglio”.

Infatti occorre sottolineare che non tutti i pazienti possono beneficiare di questa nuova terapia, perché è molto potente e può comportare alcuni rischi soprattutto legati ad un’eccessiva risposta immunitaria dovuta all’infusione dei linfociti T modificati che possono provocare reazioni anche molto violente da parte dell’organismo.

Insomma, contro i linfomi l’onco-ematologia ha effettuato passi da gigante in questi ultimi anni grazie alla ricerca genetica, ottenendo risultati terapeutici impensabili soltanto pochi addietro.

“Nei linfomi non Hodgkin con l’attuale associazione di immunoterapia e chemioterapia è possibile ottenere delle risposte complete che variano tra il 60-80% dei casi, in considerazione dell’età del paziente e del tipo istologico, che a distanza di anni possono essere considerate delle guarigioni – ricorda Maurizio Martelli, direttore UOC Ematologia dell’Azienda Policlinico Umberto I di Roma -. Per il Linfoma Hodgkin l’associazione di chemioterapia e radioterapia rappresenta ancora il trattamento standard con una possibilità di guarigione in quasi il 90% dei casi, mentre l’immunoterapia rappresenta maggiormente la terapia del paziente con Linfoma Hodgkin ricaduto o refrattario al trattamento standard”.