La scoperta potrà contribuire a sperimentare nuove terapie per rallentare la diffusione della malattia

Il morbo di Parkinson, dopo l’Alzheimer, è la patologia neurodegenerativa più comune al mondo. Si tratta di un disturbo progressivo e cronico che causa la graduale perdita del controllo dei movimenti e dell’equilibrio. Si stima che in Italia le persone che ne sono affette siano circa 230.000; la prevalenza della malattia è pari all’1-2% della popolazione sopra i 60 anni e al 3-5% della popolazione sopra gli 85 anni.

L’età media di comparsa dei sintomi è intorno ai 60 anni, ma il 5% dei pazienti può presentare una forma ad esordio precoce, con esordio prima dei 50 anni. Il Parkinson interessa alcune aree profonde del cervello, i gangli della base, strutture nervose molto importanti per la corretta esecuzione dei movimenti.

I sintomi si manifestano con la perdita di oltre il 60% delle cellule nervose produttrici di dopamina, la cosiddetta “sostanza nera” che si trova in queste aree; questo determina una riduzione nel cervello dei livelli di dopamina, un importante neurotrasmettitore che riveste un ruolo centrale nella regolazione dei movimenti.

È di alcune settimane fa la notizia che un team di ricercatori della Nanyang Technological University di Singapore e dalla Harvard University negli USA ha identificato nei topi una possibile chiave per aumentare i livelli di dopamina, riuscendo a rallentare il decorso della patologia. Si tratta di una “coppia molecolare” composta dalla prostaglandina E1 (Pge1) e dalla prostaglandina A1 (Pga1), in grado di legarsi a una classe di proteine ​​fondamentali per lo sviluppo e il mantenimento della dopamina nel cervello. La scoperta potrebbe dare il via a una serie di altri studi finalizzati allo sviluppo di un nuovo trattamento potenzialmente in grado di  rallentare il Parkinson. La scarsa presenza di dopamina nel cervello, infatti, determina nei pazienti affetti dal morbo di Parkinson difficoltà nel controllare i movimenti motori e produce i principali disturbi, quali tremore e rigidità dei muscoli delle mani, delle braccia e delle gambe.

La sperimentazione condotta dai ricercatori attraverso test sui roditori ha dimostrato che la coppia molecolare composta dalla prostaglandina E1 (Pge1) e dalla prostaglandina A1, legandosi alla classe di proteine Nurr1, attiva un processo che porta ad una notevole aumento della produzione di dopamina da parte dell’organismo.

“Dopo aver attivato Nurr1, i roditori con la malattia di Parkinson hanno mostrato miglioramenti significativi nelle loro funzioni motorie”, spiegano i ricercatori sulle pagine della rivista specializzata ‘Nature Chemical Biology’.  “Dato che tutti i farmaci candidati al Parkinson non hanno dimostrato capacità neuroprotettive negli studi clinici, i nostri risultati potrebbero offrire l’opportunità di progettare nuove terapie per trattare il morbo di Parkinson con scarsi effetti collaterali”.